Negli ultimi anni le stablecoin hanno smesso di essere un fenomeno di nicchia per diventare una componente strutturale dei flussi finanziari in diverse economie emergenti.
È in questo quadro che va collocata la collaborazione annunciata tra Tether e l’UNODC, l’Ufficio delle Nazioni Unite contro la Droga e il Crimine, un accordo che punta a contrastare frodi e criminalità economica attraverso programmi di formazione e prevenzione in Africa e nel Pacifico, intervenendo non sul piano dell’enforcement diretto ma su quello, più circoscritto, della capacity building.
La notizia riguarda una partnership formalmente inserita nella Strategic Vision for Africa 2030 dell’UNODC e strutturata come una serie di iniziative operative finanziate e supportate da Tether. L’obiettivo dichiarato è quello di ridurre l’impatto delle truffe crypto, delle frodi digitali e dei flussi illeciti legati allo sfruttamento umano in contesti caratterizzati da rapida digitalizzazione, elevata adozione di strumenti on-chain e fragilità istituzionale persistente. Non si tratta, almeno nelle intenzioni espresse, di un accordo volto alla sorveglianza delle transazioni o alla cooperazione investigativa, ma di un intervento preventivo basato su formazione, educazione tecnica e rafforzamento delle strutture locali.
Sul piano concreto, una prima linea di intervento riguarda il Senegal, dove è stato avviato un programma di educazione alla cybersecurity rivolto a giovani e studenti, articolato in corsi online, sessioni di mentoring e attività di accompagnamento professionale. L’iniziativa mira a fornire competenze pratiche per riconoscere schemi di frode, truffe basate su social engineering e altre forme di criminalità digitale, in un contesto in cui l’uso di strumenti finanziari digitali cresce più rapidamente della capacità di valutarne i rischi. Il programma include anche borse di studio e micro-grantdestinati a facilitare l’accesso a percorsi formativi avanzati.
Accanto a questo, la collaborazione prevede il finanziamento dell’Africa Project, un insieme di programmi destinati a organizzazioni della società civile operanti in Paesi considerati particolarmente esposti a criminalità economica e tratta di esseri umani, tra cui Senegal, Nigeria, Repubblica Democratica del Congo, Etiopia, Malawi e Uganda. In questo caso il supporto non è orientato all’adozione diretta di tecnologie blockchain, ma al rafforzamento delle capacità operative locali: assistenza alle vittime, formazione degli operatori, attività di sensibilizzazione e cooperazione con le autorità nazionali e internazionali.
Una terza area di intervento estende il perimetro geografico dell’accordo al Pacifico. In Papua Nuova Guinea e nelle Isole Salomone sono previste iniziative in ambito universitario, con programmi di sensibilizzazione sui rischi delle frodi crypto e competizioni accademiche volte a sviluppare soluzioni tecnologiche per la prevenzione dei crimini finanziari e per l’inclusione economica. Anche qui l’accento è posto sulla diffusione di competenze e sulla ricerca applicata, più che sull’introduzione di specifici strumenti finanziari.
Il contesto quantitativo entro cui si colloca l’accordo contribuisce a chiarirne la ratio. Secondo i dati richiamati nel comunicato, l’Africa subsahariana ha registrato tra luglio 2024 e giugno 2025 flussi on-chain pari a circa 205 miliardi di dollari, con una crescita annua superiore al 50%. Una quota significativa di questi volumi è attribuibile all’uso di stablecoin per rimesse, pagamenti transfrontalieri e conservazione del valore in economie caratterizzate da sistemi bancari frammentati, elevati costi di intermediazione o instabilità monetaria. È lo stesso spazio in cui, inevitabilmente, si concentrano anche fenomeni di frode e abuso, come dimostrano operazioni internazionali di contrasto che hanno portato al sequestro di centinaia di milioni di dollari in asset digitali e valute tradizionali.
Dal punto di vista di Tether, la collaborazione viene presentata come un contributo di tipo educativo e preventivo, non come un’estensione delle funzioni di controllo o monitoraggio delle reti on-chain. L’azienda non assume un ruolo di autorità né di soggetto investigativo, ma si propone come fornitore di risorse finanziarie e competenze in progetti coordinati dall’UNODC. Questa delimitazione del perimetro è rilevante, perché chiarisce che l’accordo non incide direttamente sul funzionamento tecnico delle stablecoin né introduce nuovi meccanismi di supervisione delle transazioni.
Letta in termini strettamente informativi, la notizia segnala un tentativo di istituzionalizzazione selettiva del ruolo delle stablecoin in aree ad alta adozione ma anche ad alta vulnerabilità. Non si tratta di un programma globale di regolazione né di una risposta sistemica ai problemi di criminalità finanziaria legati alle criptovalute, ma di interventi circoscritti che puntano a ridurre asimmetrie informative e operative nei territori più esposti.
Le implicazioni più ampie emergono solo a questo punto. Il coinvolgimento di un emittente privato di stablecoin in programmi delle Nazioni Unite indica che le infrastrutture crypto non sono più considerate marginali, ma una componente stabile dei flussi economici reali in determinate aree del mondo. Al tempo stesso, la scelta di concentrarsi su educazione e capacity building, piuttosto che su controllo diretto, riflette le tensioni ancora irrisolte tra decentralizzazione, responsabilità e governance.
In questo senso, la collaborazione tra Tether e UNODC non rappresenta né una svolta risolutiva né un semplice gesto simbolico. È piuttosto un segnale di ridefinizione del perimetro di legittimità operativa delle stablecoin, lungo una linea prudente tra integrazione istituzionale e mantenimento di una struttura privata globale. Ed è su questa linea, più che sull’impatto immediato dei singoli progetti, che andrà misurata la portata reale dell’annuncio.