Criptovalute
BITCOIN A FINE 2025: ANALISI TECNICA
Alla data del 18 dicembre 2025, l’andamento di Bitcoin restituisce l’immagine di un mercato entrato in una fase di riassestamento post-espansivo, più che di una semplice…
Regolamentazione

La notizia, rimbalzata sulle agenzie il 4 dicembre, è semplice nella forma ma piuttosto densa nelle implicazioni: il Ministero dell’Economia e delle Finanze ha avviato una revisione approfondita dei rischi legati agli investimenti in criptovalute, con particolare attenzione all’esposizione degli investitori retail e alla capacità dell’attuale quadro di tutele di assorbire shock di mercato.
L’iniziativa si colloca nell’ambito del Comitato per le politiche macroprudenziali, presieduto dal Governatore della Banca d’Italia e composto dai vertici di CONSOB, IVASS, COVIP e dal Direttore generale del Tesoro. La decisione non introduce nuove regole né anticipa un intervento restrittivo, ma segna la volontà istituzionale di trattare i crypto-asset come una variabile rilevante per la resilienza del sistema finanziario nel suo complesso.
L’urgenza non nasce da un episodio contingente, bensì dalla combinazione di tre dinamiche che nel 2025 hanno assunto un peso crescente: il livello ormai strutturale di partecipazione degli investitori italiani ai mercati digitali, la fase di volatilità prolungata seguita al ciclo rialzista di inizio anno, e l’avvicinarsi della scadenza del regime transitorio MiCAR, che consente agli operatori già attivi di presentare domanda di autorizzazione come CASP entro il 30 dicembre 2025, con possibilità di continuare a operare fino al 30 giugno 2026 se la domanda è stata depositata nei termini. In parallelo, gran parte del regolamento è già pienamente applicabile dal 2024, e la vigilanza è entrata nella fase operativa. In questo contesto, un intervento conoscitivo del MEF rappresenta meno un atto di allarme e più un tentativo di misurazione: comprendere quanto gli equilibri finanziari interni siano interconnessi con l’ecosistema crypto e qualivulnerabilità potrebbero emergere in scenari di tensione.
La prima questione riguarda la natura stessa della revisione. L’espressione “in-depth review”, utilizzata nelle note ufficiali, non rinvia a un semplice studio tecnico ma a un processo di analisi inter-agenzia, nel quale la dimensione di stabilità sistemica prevale su quella, pur rilevante, della tutela del singolo investitore. Si tratta della stessa categoria di esercizi che, in ambito bancario, precede spesso l’elaborazione di indicatori macroprudenziali: esposizione aggregata delle famiglie, concentrazione del rischio in portafogli altamente correlati, impatti indiretti sul credito al consumo e sul risparmio gestito, trasmissione di shock tra mercati digitali e mercati tradizionali. La crypto-economia non è più considerata un comparto periferico, ma un segmento che merita misurazioni statistiche robuste, verifiche di interconnessione e—se necessario—raccomandazioni di politica economica.
In Italia questa prospettiva conta più che altrove, perché il risparmio privato ha un peso macroeconomico superiore alla media europea. Secondo l’ultima indagine Consob 2024 sulle famiglie, la quota di decisori finanziari che dichiara di detenere criptovalute è salita dall’8% al 18% in due anni, segnalando una penetrazione ormai strutturale dell’asset class. Ciò implica che diversi milioni di nuclei familiari potrebbero essere esposti—anche solo marginalmente—alla volatilità dei mercati digitali. L’elemento decisivo non è tanto la propensione al rischio dei singoli investitori quanto la correlazione delle loro scelte: un portafoglio crypto italiano tipico è fortemente concentrato su Bitcoin, Ethereum e poche alternative ad alta volatilità. Questo significa che un movimento improvviso dei prezzi può generare effetti simultanei su migliaia di piccoli risparmiatori, amplificando il rischio ricorsivo sul credito al consumo, sulle esposizioni bancarie e sulla domanda di liquidità. Non si tratta, evidentemente, di un rischio sistemico nel senso tradizionale del termine, ma di una possibile zona grigia che la vigilanza vuole quantificare.
Il secondo motivo del riesame riguarda la collocazione dell’Italia nel percorso europeo verso l’attuazione di MiCAR. Mentre altri Paesi concentrano l’attenzione su compliance e licenze per gli operatori (Francia), sulla custodia e sulla tutela antiriciclaggio (Germania, Paesi Bassi), l’Italia appare intenzionata a costruire una cornice più ampia, nella quale la crypto non è soltanto un prodotto finanziario da regolamentare ma una variabile rilevante nella gestione del risparmio privato. Questa scelta ricorda l’approccio—prudente e strutturale—della Bank of England, che da tempo classifica gli asset digitali come un possibile driver di rischi aggregati, pur riconoscendone l’importanza innovativa. L’obiettivo non è frenare l’adozione, ma evitare che un settore cresciuto fuori dal perimetro regolamentato si innesti sui bilanci familiari senza un’adeguata comprensione statistica del fenomeno.
Un terzo elemento, meno evidente ma altrettanto significativo, riguarda la frammentazione dei canali di investimento. Oggi gli italiani accedono ai mercati digitali tramite exchange internazionali, operatori registrati OAM, banche che iniziano a integrare servizi crypto, fintech con modelli ibridi e una molteplicità di applicazioni non domiciliate nell’UE. L’effetto è un ecosistema difficile da monitorare in modo omogeneo: prezzi, leva finanziaria, staking, lending, prodotti derivati e stablecoin non sono soggetti a un’unica supervisione. Una revisione inter-istituzionale consente quindi di mappare dove si trovano i rischi (onshore, offshore, tramite prodotti ibridi), quanto sono distribuiti e come interagiscono con i meccanismi tradizionali del credito e dell’investimento. È qui che la revisione può produrre indicazioni utili, anche senza tradursi in nuove norme.
Cosa può emergere da questo processo? È verosimile che la prima conseguenza sia la definizione di metriche ufficiali sull’esposizione crypto del retail italiano. Finora le statistiche disponibili sono frammentarie, spesso basate su dati autodichiarati o su rilevazioni delle piattaforme. Una stima affidabile, costruita attraverso l’incrocio dei flussi bancari, delle dichiarazioni fiscali e dei dati delle autorità di vigilanza, fornirebbe un indicatore inedito sulla dimensione reale del fenomeno. La seconda possibile linea evolutiva riguarda la fiscalità: non necessariamente in senso restrittivo, anzi. Una volta chiarita la distribuzione delle posizioni, potrebbe risultare utile una semplificazione, sia per favorire la compliance sia per ridurre l’ambiguità interpretativa che caratterizza ancora oggi una parte del regime fiscale applicato agli asset digitali.
La terza area di possibile intervento riguarda le banche. Non nel senso di imporre limiti immediati alle loro attività, ma di valutare se i modelli di concessione del credito debbano includere una stima dell’esposizione dei clienti ai crypto-asset. Alcune giurisdizioni stanno già esplorando questa direzione, non per “punire” chi investe in Bitcoin o altcoin, ma per evitare che portafogli eccessivamente volatili alterino la qualità del credito nei momenti di tensione macroeconomica. In un Paese come l’Italia, dove l’indebitamento privato è relativamente contenuto ma altamente sensibile alle fluttuazioni del reddito disponibile, una valutazione prudente di questa interazione non sarebbe fuori luogo.
Il dato politico più rilevante, però, riguarda il cambio di tono. Per anni il dibattito sulle crypto è oscillato tra entusiasmi tecnologici e diffidenze ideologiche, senza un reale punto di convergenza. La scelta del MEF indica che il tema è entrato nella normalità delle analisi istituzionali: non più un settore a parte, non ancora un’industria matura, ma un comparto con sufficiente rilevanza da richiedere strumenti di monitoraggio dedicati. Questo passaggio, se interpretato correttamente, non riduce la libertà d’investimento né anticipa normative punitive: segnala piuttosto l’inizio di un percorso nel quale la crypto-economia viene integrata nel lessico della politica economica, alla stregua di altri segmenti emergenti.
Sarà decisivo comprendere come la revisione si collocherà nei prossimi mesi rispetto all’evoluzione di MiCAR, alla regolamentazione sugli stablecoin e ai nuovi standard di trasparenza per i fornitori di servizi. L’Italia potrebbe scegliere di adottare un approccio coerente con il quadro europeo ma orientato a una maggiore attenzione per il risparmio domestico, elemento centrale della propria architettura economica. In questo senso, l’operazione avviata a dicembre non è un semplice esercizio tecnico: è un primo tentativo di misurare come si stia ridisegnando il rapporto tra innovazione finanziaria, salvaguardia degli investitori e stabilità macroeconomica.
Il risultato della revisione arriverà presumibilmente nel 2026, e non è affatto detto che produca provvedimenti immediati. Potrebbe generare raccomandazioni tecniche, linee guida per gli operatori finanziari, indicazioni statistiche o un aggiornamento del quadro di vigilanza. Ma già il fatto che un’indagine di questo tipo sia stata avviata segnala un punto di maturazione del dibattito: le crypto non sono più osservate come un fenomeno esterno al sistema, ma come una componente che interagisce—nel bene e nel male—con i meccanismi ordinari del risparmio italiano. Ed è esattamente in questa intersezione, fra innovazione e prudenza, che si giocherà la prossima fase della politica economica nazionale.