Criptovalute
BTC: POSSIBILI PERDITE FINO AL 20% CON IL TAGLIO DEI TASSI DELLA FED
Il mercato delle criptovalute, con Bitcoin al centro delle attenzioni, si trova ad affrontare un periodo di potenziale turbolenza in vista di un possibile taglio…
Regolamentazione

L’avvio del 2026 ha prodotto, nei flussi degli ETF spot su Bitcoin ed Ethereum, una sequenza che difficilmente può essere liquidata come rumore di fondo. Non tanto per l’entità assoluta dei movimenti, quanto per la loro densità temporale e per il modo in cui hanno rapidamente neutralizzato l’ottimismo che aveva accompagnato le prime sedute dell’anno. Dopo afflussi netti pari a circa 471 milioni di dollari sui Bitcoin ETF e 174 milioni su quelli legati a Ether nella prima giornata di contrattazioni, il mercato ha registrato nel giro di pochi giorni una serie di deflussi che, cumulati, hanno superato 1,1 miliardi di dollari su Bitcoin e circa 258 milioni su Ethereum, riportando il saldo di inizio mese sostanzialmente in pareggio o in territorio lievemente negativo.
Il dato rilevante non è la presenza dei deflussi in sé, fenomeno fisiologico in qualunque mercato liquido, ma la loro concentrazione. Tra il 6 e l’8 gennaio, i Bitcoin spot ETF hanno registrato tre sessioni consecutive di uscite nette pari rispettivamente a circa 243, 486 e 399 milioni di dollari, dopo aver assorbito appena due giorni prima afflussi superiori a 690 milioni in una singola seduta. In termini settimanali, la prima settimana piena del 2026 si è chiusa con un saldo negativo intorno a 680 milioni per Bitcoin, mentre gli ETF su Ether hanno archiviato la stessa finestra temporale con deflussi nell’ordine di 60–70 milioni, a fronte di asset netti complessivi prossimi ai 19 miliardi di dollari. La sequenza è chiara: il capitale è entrato con decisione, ma non ha esitato a ritirarsi con velocità analoga non appena il contesto ha smesso di offrire una traiettoria univoca.
Letta in questo modo, la dinamica dei flussi appare meno come un giudizio strutturale sugli asset sottostanti e più come una manifestazione di gestione tattica del rischio. Gli ETF spot, per loro natura, espongono Bitcoin ed Ethereum a una forma di disciplina di mercato più immediata, in cui l’allocazione istituzionale non è vincolata da lock-up né da considerazioni ideologiche sull’adozione di lungo periodo, ma risponde a criteri di liquidità, volatilità attesa e costo opportunità. Quando questi criteri si irrigidiscono, l’uscita di capitale diventa una funzione tecnica, non una presa di posizione narrativa.
Il contesto macro contribuisce a spiegare il tempismo. L’inizio dell’anno è stato accompagnato da un raffreddamento delle aspettative su un rapido allentamento monetario, da una rinnovata attenzione ai dati sull’inflazione statunitense e da una generale riduzione dell’esposizione agli asset ad alta beta. In questo quadro, Bitcoin ha continuato a comportarsi più come un asset sensibile al regime risk-on che come un bene rifugio, oscillando tra l’area dei 95.000 dollari e quella dei 90.000 in coincidenza con l’intensificarsi dei deflussi ETF. Non si tratta di stabilire una relazione causale diretta, ma di riconoscere un circuito di retroazione: flussi negativi riducono il sostegno marginale, la price action perde momentum e la percezione del rischio tende ad auto-rinforzarsi.
Per Ethereum il discorso è affine ma non sovrapponibile. I deflussi, pur più contenuti in valore assoluto, riflettono una difficoltà persistente del mercato nel prezzare l’asset attraverso strumenti che ne isolano esclusivamente la componente direzionale. Gli ETF spot non trasferiscono all’investitore il rendimento da staking, e questo rende l’esposizione più simile a quella di un asset puramente direzionale, soprattutto in fasi in cui la selettività del capitale aumenta. Il risultato è che, a parità di incertezza macro, Ether viene trattato come un rischio da modulare piuttosto che come una scommessa infrastrutturale da accumulare.
Se si allarga lo sguardo oltre il perimetro Bitcoin–Ethereum, emerge un elemento ulteriore: nello stesso periodo, alcuni prodotti legati ad asset alternativi hanno mostrato flussi relativamente più stabili, suggerendo non una fuga generalizzata dal comparto crypto, ma una rotazione parziale verso esposizioni percepite come più asimmetriche o meno affollate. Anche questo è un segnale di maturazione del mercato: il capitale istituzionale non si muove più come un blocco unico, ma distingue, seleziona, riduce e rialloca.
Il punto, allora, non è stabilire se l’adozione istituzionale stia avanzando o arretrando, ma riconoscere che essa si manifesta in modo non lineare. I dati di gennaio mostrano un mercato in cui l’interesse esiste, è misurabile e può concentrarsi rapidamente, ma altrettanto rapidamente può ritirarsi quando il contesto smette di giustificarne il rischio. In questo senso, i deflussi degli ETF non rappresentano una smentita, bensì una versione più realistica dell’integrazione delle criptovalute nei mercati finanziari tradizionali: un processo fatto di ingressi e uscite, di conferme temporanee e di verifiche continue, in cui la stabilità non è mai acquisita, ma deve essere costantemente negoziata con il ciclo macro e con la struttura stessa dei mercati.